Siamo sottomessi con l’arma di un debito incontenibile e inestinguibile

I popoli possono essere sottomessi o tramite i carri armati o tramite l’arma del debito. Noi italiani siamo sottomessi tramite l’arma di un debito pubblico e privato che è incontenibile e inestinguibile. Dal momento che ormai viviamo per pagare i debiti dello Stato e i nostri debiti personali, al punto che concepiamo il culmine della felicità con la capacità di arrivare a fine mese saldando i debiti, siamo stati di fatto sottomessi allo strapotere della grande finanza speculativa globalizzata che sovrintende e manipola la massa monetaria a livello mondiale.

Il motivo per cui l’economia italiana non può decollare è che l’Italia ha oggi un debito complessivo pari al 332% del Pil (Prodotto interno lordo), che può così essere suddiviso:

– Il debito delle famiglie e delle imprese, è pari all’111% del Pil, ovvero 1.787 miliardi; (fonte Banca d’Italia, 2018)

– Il debito del settore bancario è pari al 59% del Pil, ovvero 950 miliardi (fonte McKinsey, 2018)

– Il debito del settore pubblico è circa il 162% del Pil, quasi 2.600 miliardi (fonte Banca d’Italia, 2020)

Il debito totale italiano è dunque di 5.337 miliardi di euro, rispetto a un Pil di 1.787,7 miliardi, sui quali ogni anno si pagano interessi passivi pari al 4% dello stesso, ovvero 210 miliardi che equivalgono al 13,6% del Pil.

Il motivo per cui l’economia italiana ha iniziato a rallentare negli ultimi anni è proprio questo: l’eccessivo costo degli interessi sul debito, che rappresentando un costo improduttivo per il sistema, sottraggono a questo risorse (attraverso le imposte corrisposte allo Stato e le rate sui prestiti corrisposte al settore bancario) che potrebbero essere destinate all’economia reale ovvero alla creazione di ricchezza.

Il motivo della crisi finanziaria è stato la valanga di credito che la Bce (Banca Centrale Europea) ha permesso che crescesse al ritmo del 20% l’anno, anche se dichiarava che il suo obiettivo era il 4,5% annuo ed era credito rivolto agli immobili, al consumo, agli investimenti e alla speculazione finanziaria.

Il sistema finanziario mondiale è fallito

Oggi tutta la finanza e l’economia di tutto il mondo sono strutturate come uno schema piramidale, la cui sopravvivenza è legata all’indebitamento del prossimo. A fronte di un Pil mondiale (2019) di 87 mila miliardi di dollari, il debito mondiale (2020) è di 277 mila miliardi di dollari, pari al 318% del Pil. Il costo del debito mondiale, comprensivo delle rate e degli interessi, è di 30 mila miliardi di dollari, pari al 34% del Pil mondiale.

È del tutto evidente che se il mondo ha un debito pari a tre volte il valore della propria ricchezza, significa che il sistema finanziario mondiale è fallito. È il debito che deve essere eliminato e con esso gli interessi passivi contratti.

Sul fallimento del sistema finanziario mondiale pesa in modo particolare un ammontare di «titoli derivati», valuta virtuale di natura speculativa sconnessa dall’economia reale, che secondo uno studio della Banca d’Italia del 2018 è pari a 2,2 milioni di miliardi di euro, cioè l’equivalente di 33 volte il valore del Pil mondiale. A livello dei 27 Stati dell’Unione Europea, l’ammontare dei titoli derivati è di 660 mila miliardi di euro, pari a 44 volte il Pil dell’Unione Europea. Le banche tedesche e francesi sono quelle che detengono la quota maggiore di titoli derivati, definiti «titoli tossici» e «titoli spazzatura» quando nel 2008 ci fu il tracollo della banca d’affari americana Lehman Brothers. Solo la Deutsche Bank detiene 48,26 mila miliardi di euro di titoli derivati, pari a 14 volte il Pil della Germania e a 30 volte il Pil dell’Italia. Non è un caso che siano proprio la Germania e la Francia, la cui finanza è altamente speculativa, a comandare in seno all’Unione Europea avendo la necessità vitale di impadronirsi delle economie e di avere al potere degli Stati europei dei Governi collaborazionisti, per assicurare il riciclaggio di un ammontare di titoli derivati virtuali superiore di 44 volte il Pil europeo e trasformarli in beni e servizi reali.

Questi sono i numeri che sostanziano la dittatura finanziaria a cui siamo sottomessi, da cui dobbiamo affrancarci ripristinando in Italia e promuovendo nel mondo la moneta come semplice parametro del valore della ricchezza, che si sostanzia di beni e servizi reali, consentendone lo scambio, affinché la moneta sia al servizio della persona e non la persona schiava della moneta; liberandoci dal debito incontenibile e inestinguibile che è il frutto della moneta creata dalle banche; ponendo fine allo strapotere della grande finanza speculativa globalizzata, rimettendo al centro l’economia reale che produce bene e servizi, incentrata sulla persona e sul lavoro, fondata su valori e regole, finalizzata al bene della comunità locale e all’interesse supremo dello Stato nazionale che incarna l’insieme della civiltà a cui aderisce il popolo.

La causa del debito è la moneta creata dalle banche

La causa di fondo del debito incontenibile e inestinguibile è che la moneta viene creata dalla banche, con la conseguenza che lo Stato non può fare altro che accumulare sempre più debito. La moneta viene creata a costo zero dal sistema bancario, viene addebitata alla collettività iscrivendola a passività, è responsabile della crescita globale del debito senza controllo.

Il processo della perdita della sovranità monetaria iniziò nel 1981 con il cosiddetto «divorzio» tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, che avviò la truffa del debito dello Stato nei confronti delle banche, la crescita dell’indebitamento pubblico e privato a beneficio delle banche, culminando nella perdita totale della sovranità monetaria con l’adozione dell’euro il primo gennaio 2002. Dal 1863 al 1981 il debito pubblico era inferiore ad 80 miliardi di euro; dal 1981 in poi è salito in modo esponenziale ed incontrollabile fino a raggiungere nel 2020 i 2.600 mld ( pari al 162% del Pil). Da notare che la dinamica del debito non è dipendente da quella della spesa pubblica che, a causa delle politiche di austerità economica, si è andata via via riducendo nel tempo. Il debito cresce solo a causa degli interessi che sui cumulano sullo stesso nel tempo.

Nel caso specifico dell’euro, la Bce che ha la titolarità dell’emissione della moneta comune, dà la moneta solo alle banche commerciali. In Italia non essendoci una banca interamente pubblica, la Bce dà la moneta alle banche commerciali private. Lo Stato per poter disporre dei soldi necessari per far fronte al costo della Pubblica amministrazione, pari a circa 900 miliardi, circa la metà del Pil, e per pagare gli interessi sul debito pubblico, circa 70 miliardi l’anno, è costretto a emettere regolarmente titoli di Stato, Btp (Buoni del Tesoro Poliennali, della durata di 3, 5, 10, 15 e 30 anni), Cct (Certificati di credito del Tesoro di durata di 7 anni), Ctz (Certificato del Tesoro Zero-coupon, di durata di 24 mesi), Bot (Buono ordinario del Tesoro, della durata di 3, 6 e 12 mesi). Sono titoli di debito per i quali lo Stato paga degli interessi agli acquirenti che all’85% sono le banche. Così facendo lo Stato aumenta il debito pubblico (circa 2.600 miliardi), aumenta gli interessi sul debito pubblico (circa 70 miliardi l’anno) e, siccome lo Stato non può fallire, l’onere ricade sui cittadini, sulle famiglie e sulle imprese con l’aumento delle tasse dirette o indirette che in Italia ha raggiunto il primato mondiale oscillando tra il 60 e il 70 per cento. È del tutto evidente che lo Stato è avviluppato in una spirale suicida che lo obbliga a indebitarsi per ripianare il debito, con la conseguenza di condannare a morte i cittadini, le famiglie e le imprese costretti a pagare il più alto livello di tassazione al mondo.

È veramente sconvolgente il fatto che lo Stato, depositario assoluto della prerogativa di emettere la moneta e unico vero garante della legittimità e credibilità della moneta, abbia rinunciato alla sovranità monetaria conferendo alle banche la prerogativa di emettere la moneta e auto-imponendosi l’onere di acquistare la moneta dalle banche, creando e alimentando così il debito pubblico che corrisponde a un vantaggio per le banche e a un onere per i cittadini che pagano gli interessi alle banche attraverso le tasse. Il debito pubblico italiano è per metà in mano agli stranieri, principalmente banche tedesche e francesi, e l’altra metà è interno all’Italia.

La Banca d’Italia è il più grave conflitto d’interesse: il controllore e il controllato sono lo stesso soggetto

L’unica soluzione all’abbraccio mortale del debito è che la moneta venga emessa dallo Stato e non più dal sistema bancario, tornando ad un modello di gestione del credito che fino al 1980 aveva garantito il controllo delle masse debitorie e favorito lo sviluppo industriale. Nel 1981 con il cosiddetto «divorzio» tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, la Banca d’Italia cessò di acquistare le obbligazioni che il Governo non riusciva a piazzare sul mercato, causando la crescita del debito pubblico, l’avvio della truffa dell’emissione della moneta bancaria, la privatizzazione delle banche pubbliche.

La privatizzazione delle banche e di enti pubblici ha radicalmente trasformato la realtà della Banca d’Italia, che pur restando un ente di diritto pubblico, le sue quote sono al 94% detenute da banche e enti privati, a partire da Intesa San Paolo e Unicredit che detengono oltre il 30% delle quote. Solo il 6% delle quote sono della Cassa Depositi e Prestiti che è comunque una società per azioni quotata in Borsa, con l’80% delle azioni del Ministero del Tesoro e il 20% di Fondazioni bancarie private.

La triste realtà è che in Italia non abbiamo una sola banca interamente pubblica, al contrario della Germania dove circa il 60% delle banche sono pubbliche. La banca pubblica ha l’impareggiabile vantaggio di poter ottenere la moneta dalla Bce e dare la moneta allo Stato, alle imprese e ai cittadini a un tasso pressoché invariato. In Italia invece le banche private danno il denaro a un tasso di gran lunga superiore, determinando la condizione di notevole svantaggio rispetto alla Germania.

Essendo un ente di diritto pubblico la Banca d’Italia non può fallire e ha la facoltà di intervenire per salvare il sistema bancario italiano che è interamente privato.

Questa realtà fa della Banca d’Italia il più grave conflitto d’interessi nel nostro Paese dal momento che il controllore e il controllato sono lo stesso soggetto. Ed essendo la moneta la materia del controllo, ed avendo la moneta raggiunto uno strapotere nella nostra vita, si comprende bene l’assoluta e urgente necessità che la Banca d’Italia torni ad essere dello Stato.

Fu nel 1936 che il governo fascista nazionalizzò la Banca d’Italia che fino ad allora era una banca quotata in Borsa, espropriando gli azionisti privati e cedendo le loro quote a enti statali. Ma a partire dalle privatizzazioni del 1992, decise da un gruppo di politici e banchieri italiani e stranieri a bordo del panfilo Britannia della famiglia reale britannica attraccato al porto di Civitavecchia il 2 giugno 1992, il cui regista fu Mario Draghi all’epoca Direttore generale del Ministero del Tesoro, con il Governo presieduto da Giuliano Amato e Romano Prodi alla Presidenza dell’Iri, questi enti non più statali hanno acquisito il controllo della Banca d’Italia.

Lo stravolgimento della realtà della moneta

Il 15 agosto del 1971 il Presidente americano Richard Nixon, prendendo atto che l’ammontare dei dollari in circolazione a livello mondiale era pari a circa sette volte il valore delle riserve auree statunitensi, pose fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da allora siamo entrati di fatto un una nuova era, quella della «moneta legale», o «moneta a corso legale», o «moneta fiduciaria», o «moneta fiat», e si intende una moneta che, da un lato, non è garantita da riserve di materiali preziosi (ad esempio riserve auree) ed è quindi priva di valore intrinseco, dall’altro che il valore della moneta è legato essenzialmente alla credibilità dello Stato che la emette e alla fiducia accordata da chi riceve la moneta. Ad oggi il dollaro è la valuta più accreditata al mondo perché il mondo attribuisce credibilità agli Stati Uniti e alla sua economia e noi ci fidiamo della validità del dollaro, anche se di fatto gli Stati Uniti sono il Paese più indebitato al mondo in valori assoluti, con un debito pubblico nel 2020 pari a 3,1 trilioni di dollari.

Oggi tutte le monete degli Stati, dollaro, euro o yen, sono monete legali, l’opposto della moneta-merce, il cui valore deriva dal materiale con cui sono create, d’oro o d’argento. La moneta-merce sostituì il baratto, parametrando il valore di un bene o di un servizio e consentendone lo scambio a distanza. La moneta-merce era pertando strettamente connessa all’economia reale che si sostanzia di beni e di servizi posseduti o prodotti. Con la moneta-merce si era ricchi se si possedevano beni o servizi che sostanziano la ricchezza, oggi si è ricchi se si possiede la moneta anche se è di natura speculativa del tutto sconnessa dall’economia reale.

La finanza speculativa pone fine alla «separazione bancaria»

Gli Stati Uniti si salvarono dalla «Grande Depressione» del 1929, la più grave crisi economica dopo la Prima Guerra mondiale che successivamente colpì il mondo intero, attuando la «separazione bancaria» con il Glass Steagal Act del 1933. La «separazione bancaria» è una legge con cui lo Stato separa l’attività delle banche commerciali, quelle che raccolgono il risparmio dei cittadini e lo reinvestono nello sviluppo del territorio locale, dalle banche d’affari dedite a attività speculative. Sostanzialmente lo Stato non permette che i risparmi dei cittadini vengano investiti in Borsa o in speculazioni finanziarie.

Negli Stati Uniti fu il Presidente democratico Bill Clinton nel 1999 a porre fine alla «separazione bancaria» con il Gramm-Leach-Bliley Act, avviando l’ascesa e il predominio delle banche d’affari e della speculazione finanziaria.

In Italia la legge sulla separazione bancaria entrò in vigore nel 1936 sotto il fascismo, con la la «Legge Bancaria» che stabilì la nazionalizzazione di Banca d’Italia e la separazione tra banche d’affari e banche commerciali. Ma il primo settembre 1993, con il «Testo Unico Bancario», elaborato da Mario Draghi, all’epoca Direttore Generale del Ministero del Tesoro, promulgato dal Governo di centro-sinistra presieduto da Carlo Azeglio Ciampi che era stato il Governatore della Banca d’Italia, si pose fine alla «separazione bancaria» e le banche tornarono a poter svolgere sia attività di credito e risparmio sia attività speculativa. Il risultato è che le banche d’affari hanno preso il sopravvento sulle banche commerciali, sono iniziati gli accorpamenti al punto che oggi in Italia non esiste più una sola banca singola ma solo gruppi bancari.

L’euro ha raddoppiato il costo della vita e dimezzato il potere d’acquisto

Il fatto incontrovertibile è che fino al 2001 una famiglia italiana di quattro persone, padre, madre e due figli, con 1.500.000 lire al mese viveva dignitosamente. Se il reddito arrivava a 2 milioni di lire, la famiglia di quattro persone viveva bene, nel senso che oltre a soddisfare le necessità di base poteva permettersi una vacanza di un paio di settimane affittando un appartamento al mare o in montagna.

Dal primo gennaio 2002 con l’entrata in vigore dell’euro, la famiglia di quattro persone è improvvisamente diventata povera, perché i corrispettivi in euro del 1.500.000 o 2 milioni di lire, pari a 750 o mille euro, si sono rivelati del tutto insufficienti a garantire anche semplicemente una vita dignitosa non a quattro persone ma a una sola persona. È un fatto oggettivo che l’euro ha raddoppiato il costo della vita e dimezzato il potere d’acquisto degli italiani. Ciò che si acquistava con mille lire costò 1 euro, pari per la precisione a 1.936,27 lire, cioè il doppio.

I politici e i dirigenti economici italiani che decisero l’adesione dell’Italia all’euro non si avvalsero della clausola di salvaguardia detta «opting out», che ci avrebbe consentito di aderire o di uscire dall’euro, così come concordarono il tasso di concambio di 1936,27 lire per 1 euro, accettando il drastico deprezzamento della nostra valuta, il danneggiamento dell’economia nazionale e l’impoverimento degli italiani. Il primo gennaio 2002 il Governo era presieduto da Silvio Berlusconi (dall’11 giugno 2001), il vice-Presidente del Consiglio era Gianfranco Fini, il Ministro per le Riforme Istituzionali era Umberto Bossi, il Ministro dell’Economia e delle Finanze era Giulio Tremonti. Il Capo dello Stato era Carlo Azeglio Ciampi. Il Presidente della Commissione Europea, cioè del Governo dell’Unione Europea, era Romano Prodi. Mario Draghi era il Direttore generale del Ministero del Tesoro e dal 28 gennaio 2002, subito dopo l’entrata in vigore dell’euro, fu nominato Vice-Presidente esecutivo della Goldman Sachs, la più grande banca d’affari privata al mondo.

In Italia si è perpetrando un crimine epocale: lo Stato ricco si è trasformato in una popolazione povera

L’Italia ha di tutto e di più per far stare bene tutti, eppure ci sono circa 5 milioni di italiani che fanno letteralmente la fame non avendo alcuna fonte di reddito, ci sono circa 7 milioni di italiani che per sopravvivere ogni giorno si mettono in fila alle mense dei poveri o, se la loro dignità non glielo consente, ricevono i pacchi viveri a casa.

Lo Stato, perdendo la sovranità monetaria, non potendo fare una politica monetaria comprensiva della svalutazione della moneta per rendere competitive le nostre esportazioni, finisce per svalutare i salari degli italiani per adeguarli ai salari dei paesi con un reddito inferiore.

In Italia si sta perpetrando un crimine epocale: lo Stato ricco si è trasformato in italiani poveri. Ciò accade nel momento in cui il patrimonio delle famiglie italiane, stimato in 9.750 miliardi di euro (prima della svalutazione del valore degli immobili) è il più cospicuo di tutt’Europa, ovvero ciò che le famiglie italiane possiedono è più di quanto possiedono le famiglie in Germania, Francia o Gran Bretagna. Prima dell’euro una persona era ricca perché possedeva delle proprietà immobiliari, oggi si ritrova povero al punto che non ha denaro contante per mangiare, perché le banche non accettano più gli immobili a garanzia del credito, essendo piene zeppe di case confiscate alle famiglie che non hanno i soldi per pagare la rata del mutuo.

In Italia le aziende sane e d’eccellenza muoiono non perché hanno dei debiti ma perché vantano dei crediti, in un contesto in cui il principale debitore insolvente è lo Stato che deve circa 53 miliardi di euro alle imprese. Di fatto è proprio il debito statale a bloccare la circolazione della moneta nel sistema produzione-consumi. Se lo Stato non paga le aziende, gli imprenditori non riescono a pagare i propri creditori. Ma sono però costretti a pagare le tasse e tutte le altre utenze pubbliche. E se a ciò si aggiunge che, da un lato le banche restringono annualmente il credito alle imprese e alle famiglie e, dall’altro, le tasse aumentano sempre di più, il risultato è che l’imprenditore è costretto a fallire perché non ha i soldi per pagare le tasse statali e locali, i propri fornitori e dipendenti.

Tutto ciò è casuale? È casuale che lo Stato abbia aumentato l’Iva dal 20 al 21% e poi al 22% nonostante ogni aumento si sia tradotto in un minori entrate per le casse dello Stato? Chi ci governa è del tutto ignorante o opera deliberatamente contro l’interesse dello Stato e il bene degli italiani?

L’Italia è uno Stato ricco, abbiamo di tutto e di più per far stare bene tutti, ma non abbiamo i soldi. C’è pane in abbondanza per tutti gli italiani ma tanti non hanno i soldi per comprarlo. È come se fossimo uno straordinario parco di Ferrari che potrebbero vincere tutti i Gran Premi del mondo, ma manca la benzina per farle correre.

Ecco perché la questione della moneta è cruciale per riscattare il nostro inalienabile diritto alla vita, alla dignità e alla libertà. La moneta è come il sangue che circola nel nostro corpo. Senza la circolazione della moneta non può funzionare il sistema della produzione e dei consumi dei beni e dei servizi. E ovviamente serve una quantità di moneta adeguata all’insieme delle attività economiche.

Viceversa oggi, tra lo Stato che ci sottrae il denaro con le tasse e il taglio della spesa pubblica, e le banche che riducono sempre di più l’erogazione del credito, la massa monetaria si riduce sempre più. Il risultato è che, così come noi moriremmo se ci togliessero il sangue, noi ugualmente moriamo se non disponiamo della moneta in quantità adeguata a soddisfare le nostre necessità economiche.

L’Italia ha tutte le credenziali per tornare a emettere una moneta sovrana

Da quando nel 1971 Richard Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro, la validità della moneta si fonda esclusivamente sulla credibilità attribuitagli da parte di chi la riceve, se è lui certo di poterla convertire in beni e servizi reali.

Considerando che il 95% della massa monetaria in circolazione è moneta bancaria virtuale erogata sotto forma di prestiti dalle banche commerciali e solo il 5% è contante, di fatto la moneta non costa nulla, è una semplice operazione contabile digitalizzata sul computer. Pertanto persino il signoraggio bancario, ossia il differenziale indebitamente incamerato dalle banche tra il valore reale di una banconota, stimato in 30 centesimi, e il valore nominale della banconota, è diventato marginale.

Ebbene solo un pazzo potrebbe non considerare valida una nostra moneta nazionale dato che l’Italia è uno Stato non ricco, ma ricchissimo di beni e servizi. D’altro canto sin dalla sua nascita lo Stato italiano ha avuto una propria moneta nazionale, mentre è l’euro che rappresenta un’eccezione.

La specificità e al tempo stesso l’anomalia dell’euro è che è l’unica moneta al mondo emessa in assenza di uno Stato. L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale a cui aderiscono attualmente 27 stati, ma non è uno Stato, anche se di fatto s’impone in modo invasivo nei confronti degli stati membri come se essa stessa fosse uno Stato.

Di conseguenza la Banca Centrale Europea è l’unica Banca centrale al mondo che non risponde del proprio operato a uno Stato. Si comprende pertanto perché lo Statuto e il mandato della Banca Centrale Europea hanno come finalità la stabilità dell’euro, mentre è del tutto velleitario immaginare che la Bce possa assumere come priorità lo sviluppo degli Stati e il benessere dei popoli.

Dei 27 Stati membri dell’Unione Europea 19 hanno adottato l’euro e 8 Stati mantengono la propria moneta nazionale.

L’euro è l’unica moneta comune al mondo, se si esclude il Franco CFA (letteralmente «Franco delle Colonie Francesi d’Africa»), mentre tutti gli Stati del mondo hanno una propria moneta nazionale. Tuttavia l’euro non avvantaggia in ugual modo gli Stati che l’hanno adottato. La Germania paga un tasso d’interesse sul debito prossimo allo zero, mentre l’Italia supera il 3%. A causa dei sempre più stringenti e penalizzanti vincoli finanziari europei, le tasse in Italia, tra quelle dirette e indirette, arrivano al 60-70% mentre in Irlanda sono al 26% e la media nell’Unione Europea è del 40%.

La campagna terroristica contro l’uscita dell’Italia dall’euro

Ad eccezione della classe politico-affaristica che ha svenduto l’Italia, tutti gli italiani che lavorano e, giorno dopo giorno devono far quadrare i conti, prendono atto che siamo precipitati nella peggior crisi dal dopoguerra e che sopravvivere è diventato sempre più difficile. Ugualmente tutti gli italiani di buon senso ed onesti si ricordano e sono consapevoli che con la lira stavamo meglio, mentre con l’euro stiamo peggio. Infine tutti gli italiani che vivono con il sudore della propria fronte sono assolutamente certi che così non si può andare avanti e che in ogni caso dobbiamo cambiare.

Tuttavia gran parte sono sopraffatti dalla paura per ciò che potrebbe accadere se abbandonassimo l’euro, finendo per non rendersi conto che restare nell’euro significa comunque rassegnarsi alla condanna a morte.

Gli adoratori dell’euro sostengono a viva voce che la moneta unica è ormai un processo irreversibile e che riesumare la lira si tradurrebbe in una catastrofe di proporzioni immani: imprenditori e lavoratori si suiciderebbero in massa, i pensionati finirebbero tutti sui marciapiedi a mendicare, i risparmiatori vedrebbero sparire i loro depositi bancari, il costo della vita raggiungerebbe cifre impossibili a scriversi con milioni di zeri, gli italiani per sopravvivere si allineerebbero in colonna alle mense dei poveri, l’Italia si ridurrebbe a una repubblica delle banane perché non riusciremmo più a pagare gli interessi sul debito che schizzerebbero alle stelle dei pianeti più distanti.

Ma tutto ciò non corrisponde in realtà al nostro presente, alla tragedia in cui ci ha fatto sprofondare l’euro? Io dico che nella vita tutto è reversibile, compreso l’euro, mentre ciò che è irreversibile è il nostro inalienabile diritto alla vita, alla dignità e alla libertà.

L’Italia ha già sperimentato con successo l’uscita dallo Sme, il precursore dell’euro

Quando ci dicono che abbandonare l’euro e tornare ad avere una moneta sovrana si tradurrebbe in una catastrofe di dimensioni cosmiche, ricordiamoci che di fatto la lira ha già superato con successo l’uscita dal precursore dell’euro, lo Sme (Sistema monetario europeo) che, al pari dell’euro, era un sistema monetario con cambi pressoché fissi in quanto li vincolava a rigide bande di oscillazioni. Ebbene nel 1992, prendendo atto che lo Sme aveva danneggiato la nostra economia, la lira tornò ad essere una valuta pienamente sovrana. Nonostante una svalutazione rilevante del 30%, l’inflazione non solo non aumentò ma addirittura si ridusse di mezzo punto e le esportazioni decollarono. L’Italia divenne la quarta potenza economica mondiale. Fu l’ultimo boom economico della nostra storia contemporanea, prima di finire fagocitati nella tirannia dell’euro.

Spesso la cattiva informazione confonde il concetto di svalutazione, deprezzamento della valuta ed inflazione. La svalutazione è una forma di politica monetaria sulla base della quale un Governo stabilisce un nuovo tasso di cambio; il deprezzamento od apprezzamento di un valuta è invece l’oscillazione che sul mercato dei cambi valutari riguarda la moneta di un paese, senza che il Governo decida nulla; l’inflazione rappresenta l’incremento dei prezzi dei beni e servizi rispetto ad un determinato arco temporale. È falso il luogo comune secondo cui ad una forte svalutazione seguirebbe una altrettanto distruttiva inflazione, tale da gettare nella miseria e nella povertà le famiglie. Anzi, la realtà storica ha dimostrato l’esatto contrario al punto che in Italia, nei due anni seguenti l’uscita dallo Sme, l’inflazione scese di qualche punto percentuale.

Tasso di concambio di 1 a 1 tra l’euro e la nuova lira

Lo Stato al fine di difendere l’interesse supremo degli italiani, deciderà di mantenere immutato il potere d’acquisto stabilendo il valore di concambio di 1 a 1 tra l’euro e la nuova lira: significa che 1 euro varrà 1 nuova lira. Non torneremmo quindi alla vecchia lira al tasso di concambio di 1936,27, che dimezzò il nostro potere d’acquisto dalla mattina alla sera.

Dal momento che il 95% della massa monetaria in circolazione è “moneta bancaria”, ossia operazioni bancarie virtuali che avvengono tramite carte di credito, assegni e bonifici, mentre solo il 5% è moneta contante, l’incidenza del cambio dall’euro alla nuova lira sarà nulla per la quasi totalità delle transazioni finanziarie interne. Gli stipendi, i depositi bancari, le pensioni, i prezzi dei beni e dei servizi resteranno immutati.

Il tasso ufficiale di sconto rifletterà una politica monetaria espansiva e verrà mantenuto a livelli estremamente bassi. Il concambio permetterà di rinominare le attività e passività finanziarie esattamente della stessa entità di quelle precedentemente detenute in euro. In termini nominali non cambierà assolutamente nulla. Chi percepiva uno stipendio di 1.500 euro, continuerà a percepire uno stipendio di 1.500 nuove lire; chi avesse acceso un mutuo bancario di 100.000 euro, continuerà ad avere un mutuo di 100.000 nuove lire. Anche i depositi bancari ed i risparmi non subiranno alcuna variazione, semplicemente verranno rinominati in nuove lire.

La paura che uscendo dall’euro vi possa essere un notevole deprezzamento della nuova lira, oltre che ad essere una ipotesi assolutamente teorica, riguarderebbe esclusivamente le transazioni verso l’estero, mentre non avrebbe alcun effetto sulle transazioni interne. Il prezzo del pane, della benzina, dell’energia non subirebbero alcun incremento sostanziale.

Nella rappresentazione delle conseguenze catastrofiche che si verificherebbero qualora abbandonassimo l’euro e adottassimo una nuova lira, si menziona il caso del prezzo del litro di benzina sostenendo che salirebbe alle stelle. Ebbene si tratta di una sciocchezza assoluta. Se consideriamo che sul prezzo del litro di benzina grava circa il 70% di tasse e di accise imposte dallo Stato e che questo 70% non subisce alcuna variazione se viene riscosso in euro o nella nuova lira di pari valore, ciò che aumenterà sarà esclusivamente il costo della materia prima che corrisponde a circa il 25% del prezzo complessivo del litro alla pompa. Gli economisti seri prevedono che, calcolando ad esempio una svalutazione media del 20% nei confronti del dollaro, l’aumento del prezzo del litro di benzina potrebbe essere del 5%, in quanto il prezzo del greggio incide per il 25% sul prezzo complessivo, tuttavia potrebbe essere annullato riducendo del 5% le tasse.

Piano in sette punti per uscire dall’euro

Un governo che ha a cuore il bene degli italiani e che beneficia del consenso della maggioranza degli italiani annuncia che, in deroga al Trattato di Maastricht, l’Italia riscatta la sovranità monetaria e lo Stato torna a emettere direttamente moneta a credito.

La gestione ed il controllo della circolazione monetaria vengono svolti dalla Repubblica Italiana tramite la Presidenza del Consiglio dei Ministri e specificatamente il Ministero del Tesoro.

Il piano dovrà svilupparsi come segue:

1 – Attraverso la preventiva creazione di un sistema bancario pubblico, fornire allo Stato un sistema di acquisto del debito pubblico senza dover dipendere dagli acquisti fatti dalla Bce; in pratica, utilizzare inizialmente il sistema bancario pubblico come prestatore di ultima istanza ed in un secondo momento, usciti dall’euro, riportare la Banca d’Italia a questo ruolo essenziale.

2- Interrompere l’emissione di Btp e finanziare il debito emettendo Bot od altre tipologie debitorie in modo tale da ridurre il tasso d’interesse sullo stesso e realizzare una politica di “repressione finanziaria”, ovvero pagare interessi sui Bot inferiori all’inflazione che, nel corso degli anni andrebbero a ridurre il debito pubblico.

3- Al fine di evitare che la speculazione attacchi il nostro debito, dichiarare la valenza fiscale dei titoli del debito italiano, ovvero che lo Stato li accetterà al valor nominale per il pagamento delle imposte.

4- Per evitare distorsioni nei prezzi, stabilire il tasso di concambio di 1 euro per ogni nuova lira (cambio 1 a 1).

5- Attraverso la Banca d’Italia, o anche il sistema bancario nazionale, o mediante la creazione di crediti d’imposta elettronici e cedibili (che non sono debito pubblico), procedere ad una massiccia riduzione delle imposte di almeno 150 miliardi di euro, realizzando una creazione permanente di moneta mediante emissione di titoli di Stato finalizzati alla riduzione delle imposte ed al rilancio dell’economia.

6- Varare una nuova regolamentazione del sistema bancario disciplinandone sia l’ammontare del credito erogabile in relazione al valore dei depositi, che la qualità dello stesso ovvero, attraverso le direttive della Banca d’Italia, individuare selettivamente l’ammontare (quantità) e la destinazione del credito (qualità) in modo da evitare il formarsi di bolle speculative come ad esempio, quella immobiliare.

7- Nell’immediatezza dell’abbandono dell’euro predisporre meccanismi, come tasse sui movimenti capitali, per evitare la fuga di questi arrivando in caso di necessità a predisporne il blocco totale.

Sette Premi Nobel per l’Economia bocciano l’euro

Ben 7 Premi Nobel dell’Economia e un numero crescente di insigni economisti di tutto il mondo ci spiegano che non può esserci una moneta unica per contesti economici differenti. Pertanto il problema non è la gestione dell’euro, ma l’euro stesso.

«Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche.»

Milton Friedman, Premio Nobel per l’Economia 1976

«La Spagna ha bisogno di lasciare l’euro, tornare alla peseta, stampare un sacco di soldi e usarli per investimenti pubblici e per le politiche per l’occupazione.

A proposito dell’Italia “guardando da fuori, dico che non deve rimanere nella zona euro, ma uscirne adesso».

James Mirrlees, Premio Nobel per l’Economia 1996

«La moneta unica era nata con lo scopo di unire il continente, ha finito per dividerlo. L’euro è stata un’idea orribile. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa.»

Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia 1998

«L’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato. Questa è l’unica e semplice verità che i leader europei non sono ancora riusciti a cogliere.»

Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia 2001

«…l’Europa sarà sempre fragile, la sua moneta è un progetto campato in aria…»

Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia 2008

«L’euro dovrebbe essere smantellato in modo ordinato oppure i membri principali devono adottare le misure necessarie il più rapidamente possibile per ripristinare la crescita e l’occupazione.»
Christopher Pissarides, Premio Nobel per l’Economia 2010

«I paesi più deboli possono lasciare l’euro.»
Thomas Sargent , Premio Nobel per l’Economia 2011

Con la lira sussisteva la cultura del risparmio, le famiglie italiane riuscivano ad accantonare parte dei propri proventi per investirli nell’acquisto di nuovi beni o nella promozione di attività imprenditoriali. Con l’euro siamo forzatamente sopraffatti dalla cultura del debito, che ci impone di ingegnarci per riuscire a sopravvivere alla valanga di tasse e imposte che si portano via circa il 70% dei nostri introiti, in aggiunta agli altri adempimenti, bollette, rate di mutuo, cartelle esattoriali.

Una strategia straordinaria per il rilancio dello sviluppo

Una volta che lo Stato potrà tornare ad emettere direttamente moneta a credito ed una volta che verrà nazionalizzata la Banca d’Italia (liquidando le quote azionarie oggi in possesso delle banche ed enti privati), o in alternativa affidare in via esclusiva al Ministero del Tesoro l’emissione della moneta tramite la Zecca di Stato, cesserà la truffa del debito pubblico bancario che tornerà ad essere una partita di giro tra due istituzioni entrambe statali, il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. A quel punto per risollevare le sorti della nostra economia e consentire agli italiani di ritornare a vivere, lo Stato senza indebitarsi presso le banche e senza aumentare le tasse, potrà emettere direttamente moneta e immettere sul mercato l’ammontare del denaro necessario per realizzare una strategia straordinaria per il rilancio dello sviluppo. Questi sono alcuni provvedimenti da me concepiti:

1- Restituire i 53 miliardi di crediti delle aziende.

2- Finanziare un Piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio nazionale, per salvaguardare dalle conseguenze dei terremoti e del dissesto idro-geologico la vita dei cittadini e il nostro patrimonio ambientale e culturale, le risorse ineguagliabili, inestimabili, non clonabili e non delocalizzabili che possediamo, affidandone la gestione agli imprenditori privati, dando la priorità ai piccoli e medi imprenditori radicati sul territorio e in ogni caso favorendo le imprese italiane rispetto a quelle straniere.

3. Finanziare un Piano straordinario per acquisire l’autonomia e l’indipendenza energetica investendo nelle fonti energetiche pulite, rinnovabili e sicure, compresa la fusione nucleare, cominciando dal riciclaggio dei rifiuti che comunque noi produciamo e che vanno smaltiti. I rifiuti sono una risorsa straordinaria destinata a diventare la fonte di una ricchezza cospicua e perpetua. Le tecnologie esistenti permettono la realizzazione di un ciclo virtuoso in cui si effettua il riciclaggio e il recupero di materie prime e la loro valorizzazione energetica, trasformandoli da prodotto di scarto, fonte di inquinamento dell’ambiente che lede alla salute, in risorsa vitale che ci renderà del tutto autonomi sul piano energetico.

4- Finanziare un Piano straordinario di ricollocamento del personale della Pubblica amministrazione eccedente o comunque improduttivo, sia attraverso dei corsi di formazione e riqualificazione professionale nel caso di passaggio ad altri incarichi, sia erogando micro-crediti a fondo perduto per avviare attività imprenditoriali autonome previa adeguata verifica.

5- Conseguire l’autonomia alimentare ripristinando la realtà delle coltivazioni diversificate e su piccoli appezzamenti di terra a gestione familiare.

6 – Garantire all’Italia la sovranità informatica promuovendo una infrastruttura autonoma dai colossi mondiali, Amazon, Facebook, Twitter, Youtube, specie dopo che recentemente hanno dimostrato di essere parte integrante della dittatura mediatica finalizzata a sottometterci al Nuovo Ordine Mondiale.

7 – Il consolidamento delle nostre Forze armate, con la ricostituzione dell’Esercito di leva e il sostegno all’industria bellica.

8 – Il consolidamento delle nostre Forze dell’ordine, con l’unificazione dei vari corpi (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Guardia carceraria), l’arruolamento delle giovani leve, la dotazione di armamento adeguato, l’addestramento professionale continuativo.

Le tre «T» del nuovo modello di sviluppo: Terra, Turismo, Tecnologia

Il nuovo modello di sviluppo per l’Italia è basato su tre “T”, «Terra, Turismo, Tecnologia», che corrispondono ai tre patrimoni ambientale, culturale e umano ineguagliabili, inestimabili, non-clonabili e non delocalizzabili dell’Italia: siamo il Paese più bello al mondo, abbiamo il patrimonio culturale più cospicuo dell’umanità, la creatività degli italiani è un valore aggiunto che crea eccellenza in ogni scibile umano. L’Italia ha tutti i requisiti per diventare il Paese numero 1 al mondo per la qualità della vita. Ora l’Italia è inesorabilmente perdente perché siamo costretti a competere sul piano della quantità dei beni e dei servizi, producendo il più possibile al minor costo possibile, ciò che si traduce nella crescita del Pil ma nella riduzione dei cittadini in stato di schiavitù esistenziale e di povertà economica.

Lo Stato definisce le linee guida dello sviluppo e affida la gestione dello sviluppo agli imprenditori privati che hanno a cuore il successo della propria attività. Lo Stato, restringendo l’ambito delle proprie competenze, dovrà snellire considerevolmente il proprio apparato burocratico e ridurre drasticamente i propri costi, cominciando ad eliminare i compensi stratosferici dei dirigenti pubblici compresi quelli dei magistrati, così come cesserà di sostituirsi agli imprenditori eliminando le strutture clientelari e parassitarie, le Municipalizzate, le Partecipate e tutti i «postifici» che sperperano il denaro pubblico alimentando la corruzione e favorendo la criminalità organizzata, offrendo dei servizi onerosi e inefficienti.

Serve un nuovo modello fiscale basato sul principio che «le tasse si pagano una sola volta alla fonte» e che «non si tassano beni acquistati con denaro tassato», a partire dalla casa che è il bene rifugio in cui ha investito l’80% delle famiglie italiane. La drastica riduzione dei costi dello Stato, l’autonomia amministrativa e finanziaria dei Comuni, l’affidamento della gestione dello sviluppo agli imprenditori privati, consentono un drastico abbattimento della tassa unica con una sola aliquota del 20%, da corrispondere direttamente ai Comuni. Questo favorisce l’accertamento che le tasse vengano pagate da tutti senza alcuna eccezione, perché in seno alla comunità locale è più difficile evadere le tasse così come è più difficile rubare il denaro pubblico. Un’unica tassa equa è l’antidoto sia all’evasione fiscale sia al lavoro nero che in Italia rappresentano circa un quarto del Pil, assicurando maggiori risorse a beneficio dell’insieme della collettività. I Comuni, sulla base del principio della solidarietà nazionale, versano una quota delle tasse allo Stato per consentire l’esercizio delle funzioni di sua esclusiva pertinenza, la Difesa, la Sicurezza, la Politica estera, la Sanità, l’Istruzione, la Giustizia, la tutela dei beni strategici dell’acqua, il clima e il territorio.

Non c’è più tempo: mobilitiamoci per il riscatto della sovranità nazionale

La situazione economico-sociale dell’Italia era difficile prima della pandemia di Covid-19 e ora è diventata disperata. Nel 2020 la crisi ha bruciato 156 miliardi di euro di ricchezza, si sono persi 841 mila posti di lavoro, hanno chiuso 390.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, per il turismo è la peggior crisi di sempre con un calo degli introiti tra il 60 e l’80 per cento.

Già prima della pandemia in Italia ogni giorno morivano mille partite Iva, micro-imprese a gestione familiare, con la perdita definitiva di un patrimonio imprenditoriale, la devastazione delle famiglie, l’impoverimento degli italiani e l’istigazione al suicidio dei soggetti più fragili. E più passa il tempo più l’insieme del nostro tessuto economico e sociale si deteriora e più perdiamo pezzi della nostra civiltà, trasformandoci man mano in colonia economica cinese e una landa deserta sul piano valoriale, facile preda del radicalismo islamico.

Questa classe politica venduta ai poteri finanziari globalizzati, capaci d’indebitare il mondo intero per un ammontare pari a tre volte il valore del Pil mondiale, non è più in grado di risollevare le sorti dell’Italia e perseguire il bene degli italiani. Prolungano scientificamente la nostra agonia per ridurci a un tale stato di prostrazione che, tra non molto, noi italiani li ringrazieremo quando a fine giornata ci concederanno il piatto di minestra.

Non c’è più tempo. L’unica via d’uscita da questa tragedia è il riscatto della nostra sovranità monetaria, uscendo dall’euro; attuando simultaneamente la nazionalizzazione della Banca d’Italia, la creazione di un sistema bancario pubblico con Medio Credito Centrale, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Bari e Carige, per garantire liquidità al sistema produttivo ed anche per finanziare direttamente lo Stato senza dover passare per il sistema bancario ed il mercato; bisogna separare le banche commerciali dalle banche d’affari e limitare la loro capacità di credito alla quantità di depositi raccolti presso la clientela.

È arrivato il momento di mobilitarci per il riscatto della sovranità nazionale sul piano monetario, economico, legislativo, giudiziario, della difesa e della sicurezza, alimentare, energetico e informatico, affinché l’Italia acquisisca una indipendenza autentica come Stato nazionale sovrano.

Riscattare la sovranità monetaria affrancandoci dall’euro è parte integrante della nostra liberazione dalla dittatura relativista che pervade questa Unione Europea. Il peso specifico del sistema di potere incentrato sulla moneta unica va di pari passo con l’imposizione, attraverso le leggi europee che corrispondono all’80% delle leggi nazionali, di una strategia che ci sta spogliando di ciò che sostanzia l’essenza stessa della nostra umanità.

Se dobbiamo liberarci di questa Unione Europea che ci impone leggi finanziarie inique e vessatorie, come il Fiscal Compact, il Mes o Fondo Salva Stati e il Patto di stabilità, lo dobbiamo fare soprattutto perché sta scardinando la certezza di chi siamo come persona, famiglia naturale, comunità locale, valori non negoziabili a partire dalla sacralità della vita, certezza delle regole che si sostanziano non solo di diritti ma anche di doveri, il legittimo traguardo del bene comune. Ecco perché noi diciamo «No all’euro» e anche «No all’Unione Europea».

Noi amiamo l’Italia. Andiamo avanti a testa alta e con la schiena dritta, forti di verità e con il coraggio della libertà. Con l’aiuto del Signore insieme ce la faremo.

Magdi Cristiano Allam

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