Ugualmente la partecipazione al governo per la prima volta di un partito arabo islamico legato al movimento estremista dei “Fratelli Musulmani”, ideologicamente ostile al sionismo e a Israele, ci fa toccare con mano il fallimento del modello sociale del multiculturalismo. 

Buongiorno e buon inizio di settimana cari amici. Israele è il caso concreto che ci fa toccare con mano il fallimento sia di un sistema parlamentare proporzionale sia di un modello sociale multiculturalista. Dopo quattro elezioni in due anni, ieri la Knesset, il Parlamento israeliano, ha decretato la formazione di un nuovo governo con 60 voti a favore, 59 contrari, 1 astenuto. Il nuovo “Governo del cambiamento” è formato da otto partiti che vanno dall’estrema destra, pregiudizialmente contraria allo Stato palestinese indipendente, a un partito arabo islamico che è ideologicamente contrario a Israele come Stato del popolo ebraico. Di fatto l’unico collante che accomuna gli otto partiti è la scelta di porre fine al potere di Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo della Storia d’Israele che ha complessivamente governato per 15 anni di cui gli ultimi 12 ininterrottamente. Il Likud, il partito di destra guidato da Netanyahu, resta il primo partito con 30 deputati. Il nuovo primo ministro Naftali Bennet, un miliardario di origine americana a capo del partito di estrema destra Yamina con soli 7 deputati, è favorevole all’annessione della Cisgiordania per eliminare dalle fondamenta la prospettiva di uno Stato palestinese. Mansour Abbas, leader  del “Movimento islamico meridionale”, frutto della scissione nel 1996 del “Movimento islamico”, con i suoi 4 deputati del partito che compare con l’acronimo ebraico Ra’am, può determinare in qualsiasi momento le sorti del governo. Il “Movimento islamico” in Israele, al pari di Hamas nei Territori palestinesi, rappresenta i “Fratelli Musulmani”, un movimento estremista islamico che condanna il sionismo come ideologia e prassi colonialista, predica il ritorno dei profughi palestinesi dispersi nel mondo, è ideologicamente contrario a Israele come Stato del popolo ebraico anche se per ragioni di opportunità si accetta la collaborazione e la tregua con la realtà contingente di Israele.Ebbene quanto potrà durare il nuovo governo che all’inizio del suo mandato, quando registra il massimo della coesione tra gli otto partiti uniti solo dall’opposizione a Netanyahu e che non hanno ancora sperimentato le loro profonde differenze ideologiche, ha un solo deputato in più rispetto alla coalizione che sostiene Netanyahu e senza nemmeno raggiungere la maggioranza della metà più uno dei 120 seggi della Knesset?
Il fatto che questo stallo politico perdura da due anni nel corso dei quali i cittadini israeliani sono andati alle urne per quattro volte, senza mai poter formare un governo coeso e forte, ci obbliga a prendere atto del fallimento del sistema proporzionale puro vigente in Israele. La realtà di Israele, l’unica vera democrazia sostanziale in Medio Oriente, ci fa comprendere il limite strutturale di un sistema elettorale basato sulla “rappresentatività” assoluta delle scelte partitiche degli elettori. La realtà di Israele, che è l’unico Stato al mondo di cui la quasi totalità degli Stati islamici ne disconosce il diritto all’esistenza e taluni ne predicano l’eliminazione fisica, ci impone di prendere atto che la salvaguardia dello Stato e quindi della sua democrazia necessita di dare la priorità alla “governabilità” anziché alla “rappresentatività”. Israele si salva perché lo Tsahal, le Forze di Difesa israeliane, hanno una loro autonomia e tutti i governi convergono nella priorità assoluta del sostegno alle Forze armate da cui dipende la sopravvivenza di Israele.
Per un altro verso il nuovo governo che per la prima volta nella Storia d’Israele comprende un partito arabo islamico ideologicamente contrario a Israele come Stato del popolo ebraico, ci fa toccare con mano il fallimento del sistema sociale del multiculturalismo, fondato sull’illusione che si possa governare la pluralità etnica, confessionale, culturale e linguistica in assenza di un comune collante identitario e valoriale, che nel caso specifico di Israele si traduce nel riconoscersi totalmente e incondizionatamente nello Stato e nella salvaguardia della sua civiltà. Il che significa che anche i cittadini arabi musulmani dovrebbero sentirsi orgogliosamente israeliani ed essere pronti a dare la vita per difendere Israele, non invece concepirsi, come ha detto Abbas, “un ponte” tra gli arabi e gli israeliani. I ponti poggiano su due sponde, l’identità si radica in una precisa sponda. Recentemente ho constatato il fallimento del modello sociale del multiculturalismo osservando sulla spiaggia di Tel Aviv, immergersi nel mare, fianco a fianco, una donna israeliana in bikini e una donna araba completamente vestita. É l’immagine dello scontro tra due civiltà, la nostra civiltà laica fondata sulla pari dignità tra uomo e donna, e l’ideologia islamica che concepisce la donna come un essere antropologicamente inferiore, alla stregua di un oggetto sessuale, il cui corpo va occultato per non eccitare i maschi. 
Cari amici, da amico sincero di Israele e da cittadino orgogliosamente italiano prendo atto che se vogliamo salvaguardare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia sostanziale dobbiamo liberarci del sistema elettorale basato sul proporzionale, che ha generato la dittatura della partitocrazia e lo strapotere delle istituzioni politiche e pubbliche nella vita dei cittadini. In una fase storica in cui non solo Israele ma anche l’Italia, più in generale l’Europa e l’Occidente, si scontrano con la sfida epocale di una globalizzazione arbitraria e autoritaria, dobbiamo promuovere la “governabilità” come fulcro del sistema elettorale. In parallelo dobbiamo creare e fortificare lo Stato capace di far rispettare, a tutti coloro che scelgono di farne parte, le stesse leggi, regole, valori, convergendo in una comune identità nazionale pur nel rispetto delle specificità localistiche. Nel 2007, da musulmano, scrissi il mio libro “Viva Israele”. Oggi da cristiano ripeto a viva voce “Viva Israele”. Solo se Israele riuscirà a superare lo stallo interno sul piano democratico e della convivenza, potrà salvaguardare lo Stato e la democrazia che rappresentano la frontiera della civiltà condivisa sull’altra sponda del Mediterraneo.
Magdi Cristiano Allam
Lunedì 14 giugno 2021

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